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Viaggio in Africa |
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26-30 Novembre 2005 |
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La nostra scuola, insieme ad altri 24 istituti superiori romani, ha partecipato ad un progetto con il comune di Roma a favore del Rwanda. Durante lo scorso anno scolastico abbiamo raccolto fondi per contribuire al finanziamento della costruzione di una scuola elementare a Gatare, un piccolo paese a circa 300 km da Kigali (la capitale). Il 26 novembre 2005 una delegazione composta da un centinaio tra alunni e professori, insieme ai giornalisti, al sindaco Veltroni, all’assessore Coscia e ai loro collaboratori è partita da Roma per Kigali. Siamo arrivati all’aeroporto il 27 mattina, proprio mentre sorgeva il sole… |
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La prima tappa del nostro viaggio è stata al Memoriale del genocidio. Abbiamo visto le tombe comuni, dove sono seppellite molte persone alle quali ancora non si è riusciti ad assegnare un nome. Con l’aiuto delle guide abbiamo ricostruito la storia del Rwanda, partendo da prima della colonizzazione per arrivare ai tre mesi del genocidio: lo abbiamo fatto attraverso foto, filmati, vestiti ritrovati e ossa di alcune vittime. Un’ala dell’edificio è dedicata ai bambini morti durante questa follia. Ho visto, uno dopo l’altro, volti di bambini e bambine: i loro sorrisi, i loro occhi bellissimi spenti per sempre; bambini cui è stata tolta la possibilità di crescere e che con tutto quell’odio non c’entravano niente. |
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Il nostro viaggio quindi è iniziato così, all’insegna della memoria, perché si, è importante andare avanti e cercare di costruire un futuro migliore, ma per riuscirci non si deve cancellare il passato. |
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E guarda proprio al futuro il secondo luogo che abbiamo visitato, il centro “We are the future”, una sorta di doposcuola dove bambini e ragazzi si incontrano per svolgere diverse attività: ci sono computer, campetto da calcio, e una sala con un palco, tavoli e sedie dove si può disegnare. Appena siamo arrivati c’è stata la cerimonia per piantare un albero, un segno tangibile del gemellaggio fra i ragazzi della città di Kigali e noi…..Abbiamo fatto appena in tempo perché poco dopo è scoppiato un acquazzone tipico di queste zone, e siamo corsi a ripararci nella sala più grande dove abbiamo assistito allo spettacolo che avevano preparato per noi, e poi abbiamo fatto conoscenza con alcuni ragazzi. Ci hanno fatto tantissime domande: Com’è Roma? Come Kigali? E la gente? Ma è tanto diversa? E il mare? Come fai a spiegare una città come Roma, a ragazzi che vivono in case di cartone, fango e lamiere, con il pavimento in terra battuta, che si vestono dei nostri “scarti”, perché quest’anno non va più di moda…. che non hanno mai visto un semaforo, perché lì non ce n'è bisogno, no..…è impossibile! E allora dici….”. Beh, è diversa. Molto più grigia, non c’è tutto il verde che c’è qui, e la gente…va sempre di fretta, è sempre nervosa. Invece voi no, voi siete più belli, sorridenti, avete negli occhi una luce diversa…vivete sereni, senza affannarvi a rimpiangere quello che non avete, dovreste insegnarci a vivere la vita sorridendo e ridendo.” Terza Tappa: siamo andati all’orfanotrofio della comunità di Sant’Egidio: l’attuale direttore è il figlio del direttore che c’era nel ’94. Durante i tre mesi di guerra civile nell’orfanotrofio trovarono rifugio tutte le persone che lo chiedevano, e questo fu possibile anche perché l’edificio era piuttosto isolato, purtroppo però furono scoperti. All’arrivo degli uomini armati, il direttore rimase nell’edificio insieme alle persone che non potevano muoversi: furono tutti uccisi. Il figlio portò in salvo tutti gli altri e, finita la guerra, tornò per continuare il lavoro per il quale il padre aveva dato la vita. |
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Lunedì 28 novembre: è stata una giornata molto lunga, iniziata di mattina presto. |
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Dopo quattro ore di jeep (di cui due sull’asfalto e le altre due su strada di montagna in terra battuta) finalmente siamo arrivati a Gatare, un paese a 2.500m di altezza dove è stata costruita la scuola elementare, e l’acquedotto (dono della famiglia di Alberto Sordi). Ad aspettarci a Gatare c’erano moltissime persone, una collina umana fatta da persone di tutte le età: uomini, donne con neonati sulla schiena, anziani ma soprattutto bambini che sapevano che quella scuola era là, tutta per loro. Appena arrivati c’è stata l’inaugurazione, sia della scuola sia dell’acquedotto con il classico taglio del nastro…poi abbiamo fatto un giro per vedere l’edificio all’interno, le aule già piene con i bambini che cantavano seduti ai loro banchi, la sala insegnanti e la sala polivalente. Subito dopo c’è stato il discorso del sindaco che ci ha presentato, eravamo completamente circondati dai bambini dell’asilo delle Suore del Divino Zelo, ai quali per l’occasione avevano insegnato “la bella lavanderina” in italiano, e come potevamo non partecipare anche noi cantando, ballando e saltando? Bambini dolcissimi, senza alcun timore verso gli “sconosciuti”, anzi venivano a prenderti la mano, ti si arrampicavano addosso, ti dicevano il loro nome, gli leggevi negli occhi una voglia, un bisogno di contatto che da noi non c’è più. |
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Non c’è più per tanti motivi, un po’ perché nella nostra cultura è andato perdendosi, un po’ perché “il tempo è tiranno”, oppure perché semplicemente non siamo abituati: magari ci andrebbe di abbracciare spontaneamente un amico o un’amica, ma poi ci chiediamo “E se invadiamo il suo spazio personale?” Non c’è, quindi, un’unica motivazione ma tante piccole cose che messe insieme ci bloccano. Alla scuola di Gatare, purtroppo, siamo potuti rimanere solo qualche ora: dovevamo riprendere la strada asfaltata prima che facesse notte… Una cosa che mi ha impressionato è stata accorgermi di quanto in realtà la notte sia buia, noi siamo abituati alle nostre città, con i fari delle auto, i lampioni, le insegne dei negozi…lì la notte puoi solo dormire. E mi è venuto in mente quando durante la guerra la gente doveva scappare da casa magari proprio nel cuore della notte, e correre tentoni sperando solo di andare incontro alla fortuna… |
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Il giorno dopo, che è stato l’ultimo giorno, siamo andati alla “Casa della riconciliazione e della pace”, un luogo diretto da donne italiane dove le vedove, le giovani donne senza istruzione imparano un mestiere, così da essere autosufficienti e da poter provvedere al sostentamento dei familiari. Qui abbiamo pranzato e prima di andare via abbiamo “fatto shopping”, abbiamo comprato quasi tutto quello che c’era, cestini, bongoes, bastoni da capo tribù, scudi e tante altre cose meravigliose. La seconda tappa della giornata è stata al progetto PAPUK, cioè un progetto di agricoltura urbana e periurbana alla periferia di Kigali, in collaborazione con la FAO ed il centro salesiani. E’ stata una visita piuttosto breve, abbiamo visto le piante che stavano coltivando e purtroppo solo una parte del bellissimo spettacolo acrobatico che i ragazzi del progetto avevano preparato: salti, capriole in aria, ruote in avanti, all’indietro, e avremmo visto tanto altro se non fossimo dovuti “scappare” perché il Presidente della Repubblica in persona voleva incontrarci e ringraziarci. |
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Così dopo esser passati sotto il metal-detector, abbiamo incontrato il presidente Kagame, che si è raccomandato con noi. “anche quando tornate a casa non dimenticatevi del Rwanda, raccontate tutto quello che avete visto al maggior numero di gente che potete, voi siete i nostri ambasciatori, dovete raccontare come il nostro piccolo Paese sta cercando, e direi anche riuscendo, a tornare alla normalità”. E questo è proprio il nostro compito, che può sembrare facile ma non lo è, perché è complicato raccontare a parole un paesaggio, un modo di vivere, un popolo o anche solo l’aria di un posto così diverso. |
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| Roma 1/3/2006 |
Elisa Gallucci (classe 4 "C") |
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Rwanda di Vasco Maria Livio
Due uomini che si tengono mano nella mano per le strade della città; una folla da stadio seduta su una collina che guarda noi, solo un gruppo di ragazzi; una bimba che sorride felicissima soltanto perchè le ho regalato un braccialetto di poco conto; un ragazzo che mi stringe la mano e mi chiede l'indirizzo e-mail, come se fosse la sua unica chiave per avere un contatto con un mondo migliore. Migliore? secondo lui forse. Ma dov'è effettivamente che l'occidente è migliore dell'Africa, del Rwanda? Forse nel denaro, nel progresso scientifico, ma non in quello che è importante veramente: i rapporti fra le persone. Sono stato lì per pochissimo tempo e non sono in grado di poter dare un giudizio su come gli uomini si relazionano tra loro, ma per quel poco che ho visto mi è sembrato che la gente abbia tutto un altro rapporto con il prossimo, molto più pacifico e solidale, cosa molto strana se si pensa alle guerre che hanno affrontato, tanto per citarne una il recente genocidio in Rwanda. Allora perchè quel posto sembra tanto diverso da dove vivo io, dove la solidarietà lascia il posto alla competizione e all’antagonismo, ad una continua gara per il successo? Forse perchè ho visto moltissime persone riunirsi a centinaia ed essere felici per una cosa che qui da noi, non sarebbe di certo celebrata così: la costruzione di una scuola e l'apertura di un acquedotto lì sono un avvenimento, un nuovo traguardo. Avere l’acqua appena fuori di casa (neanche dentro come noi siamo abituati), significa poter bere senza fare chilometri per arrivare al fiume; avere una scuola significa poter dare un istruzione ai bambini e non costringerli a vivere nell’ignoranza. Qui da noi in Italia e in tutto “l’occidente” il consumismo, l'abitudine e la normalità nell'avere queste cose, ce le fa dare per scontate, ci fa dimenticare quanto sono vitali.
Questo io l’ho capito in Rwanda, guardando quei bambini che cantavano nelle nuove classi, quella donna che appena aperto l'acquedotto si è catapultata a riempire una tanica d’acqua, nelle persone che ci hanno accolto cantando suonando e ballando, ma soprattutto in tutte quelle persone che ci aspettavano sedute su una collina per dirci grazie, ed erano migliaia… Roma 28/2/2006 Vasco Maria Livio (Classe 4 "E") |
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Andare in Africa di Diletta Sparanero
Spiegare come ho vissuto questa esperienza è molto difficile... è come cercare di spiegare quello che si sente in un preciso istante, spiegare quello che senti dentro mentre vedi una cosa che non avresti mai immaginato... Partirei dal dire che è stata un'esperienza che a livello personale è servita forse più a me che a quei bambini che abbiamo aiutato...ma badate bene, ho detto a livello personale... perchè sicuramente se parliamo di livello della vita, quella materiale che noi occidentali o "popolo civilizzato" abbiamo ormai dato per scontato, loro hanno di sicuro beneficiato in maniera maggiore alla nostra di una cosa che per noi è naturale avere… e a cui non diamo il peso giusto.. andare in Africa è un'esperienza illuminante... insomma conosci veramente l'amore... l'amore per ciò che si possiede, l'amore per coloro che ci circondano, l'amore per la vita, l'amore per una cosa nuova... appena siamo arrivati ho capito che sarei tornata a Roma cambiata... migliore... sono partita con problemi a livello emotivo per cose che una volta arrivata lì ho considerato stupidaggini... il Rwanda, i Rwandesi mi hanno aiutato a scordare tutti i problemi... insomma come avrei potuto non farlo vedendo gente che non ha niente, che muore per malattie, che non ha da mangiare, che di notte vive in quel buio che mette paura, e che nonostante ciò non fa altro che sorridere e sembrano le persone più felici del mondo... mi hanno aiutato con il loro amore per la vita...
mentre qui non ti sogneresti mai si salutare gente che non conosci perchè come minimo ti guarderebbero con aria superiore e storta come a dire "ma questo che vuole?" ....mentre lì se saluti qualcuno, quello ti risponde con un sorriso che non hai mai visto in vita tua... e si stamperà nella tua mente, indelebile ed incantevole...più che dire questo, mi spiace ma non posso dire altro... perchè il Rwanda, e tutta l'Africa in generale è una paese che va visto, che va vissuto... perchè solo allora si potrà capire veramente che vuol dire essere ricchi dentro... essere felici... Roma 3 Marzo 2006 Diletta Sparanero (Classe 4 "B") |
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Viaggio in Rwanda di Rodolfo Antonini
Se qualcuno mi chiedesse cosa mi sia rimasto del Rwanda, del viaggio in questo paese sperduto dell’Africa centrale, io non saprei come rispondere. Le emozioni che ho provato in quei tre giorni sono state così tante che ho una notevole difficoltà ad esporre tutti i miei pensieri. Posso cominciare dicendo che appena uscito dall’aeroporto di Kigali, la capitale del paese, mi sono ritrovato in un altro mondo. La città era tutta quanta addormentata, solo poche luci rischiaravano il buio della notte, e guardando questo paesaggio di idilliaca pace mi sono subito venute alla mente le immagini del genocidio del 1994. Potevo pensare a qualsiasi cosa, ma tutta quella calma mi sembrava strana e dentro di me dicevo: “ma come e’ possibile che sia tutto cosi tranquillo? Come hanno fatto a dimenticare quello che e’ successo solo dieci anni fa? Come hanno trovato la forza di andare avanti?”.
Questi erano i miei pensieri quando sono arrivato. Pensieri che si sono amplificati quando abbiamo visitato il Memoriale del Genocidio situato poco fuori la città. Un luogo bellissimo con tanti giardini e fiori ma che custodiva al suo interno e nel suo suolo migliaia di salme, migliaia di uomini, donne, neonati, anziani. Su quel luogo aleggiava una coltre di tristezza e di orrore che ancora mi porto dietro. Non potrò mai dimenticare le foto appese nelle stanze del Memoriale, non potrò mai dimenticare le immagini che venivano trasmesse nei teleschermi, non potrò mai dimenticare le storie dei bambini, anche di 7 mesi, uccisi solo perché di un'altra etnia. E continuavo a chiedermi come avevano fatto a dimenticare tutto ciò, come? Mi domandavo come avevano fatto a lasciarsi tutto alle spalle; nel genocidio morirono circa un milione di persone o forse più, io non lo riesco neanche ad immaginare un milione di persone. E allora come avevano fatto? Poi ho capito. La forza di volontà e di vita che un africano possiede è unica ed è una forza a prova di guerre, di miseria, di fame. Un africano sorride sempre, esprime ottimismo da tutte le parti. Un africano non si piange addosso per le miserie che la vita gli ha offerto ma al contrario guarda davanti e combatte per migliorare la sua esistenza. Un africano non si perde mai d’animo. Questo e’ quello che ho capito dopo questo viaggio. Ovunque andavamo, sia che usavamo le jeep sia che ci spostavamo a piedi, eravamo accompagnati dalle grida delle persone, dalle risate dei bambini, dai loro sguardi felici, dalle loro danze, dalle loro musiche. E non potevi non essere contagiato a tua volta da questa felicità. A Gatare, la località dove sono stati costruiti la scuola e l’acquedotto, la folla era tanta, erano accorsi da tutti i villaggi vicino, e non c’era una persona che non sorrideva, non veniva a salutarti. I bambini erano completamente impazziti, erano incontenibili. Correvano di qua e di là, si scapicollavano per salutarti, per parlarti. E più andavo avanti, e più capivo di aver fatto, insieme a tutti i miei compagni di viaggio, qualcosa di veramente grande e d’importante che ricorderò, per tutta la mia vita.
Roma 1 Marzo 2006 Rodolfo Antonini (Classe IV "C") |
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Tre mesi dopo di Adriano Petretti E’ giorni che rifletto su tutto quello che devo non dire a proposito della nostra esperienza in Africa, non vi devo parlare dei tramonti, che pure sono stupendi, non vi devo parlare della povertà, che pure è stordente nella sua estrema manifestazione, non vi devo parlare del genocidio dei Rwandesi, perché dopo mesi di formazione e di informazione, e dopo una mattinata di pianto straziante e represso, non ho più né lacrime né pensieri particolarmente originali da sottoporVi; non mi dilungherò nemmeno sulla soddisfazione che desta un’iniziativa congegnata molto bene, il cui risultato concreto è stato oggetto di numerosi reportages, né quanto sia stato bello portarla avanti con delle persone gagliarde, al di sotto e al di sopra dei …venti anni di età. Il mio pezzo sarà dedicato al concetto di quantità nei Sistemi di Misurazione. Molti Non mi è mai capitato di vedere tanti bambini e adolescenti, concentrati tutti insieme in uno spazio e in un tempo limitati, come ne ho visto nel nostro viaggio in Rwanda, sebbene il mio lavoro mi porti a frequentarne generalmente un buon numero quotidiano. La collina formicolante di Gatare, tappezzata per intero da qualche migliaio di festanti piccoli neo-scolari, e dalle loro coloratissime mamme, fasciate, come nei giorni importanti, nei cromatismi della tradizione, ancora riempie gli occhi della mia memoria recente. Mi sono fatto due conti, e ho pensato che il 99% degli ivi convenuti aveva più o meno gli anni che ci separano ormai dalla conclusione del genocidio. Mi sono continuato per ore a domandare se poteva esserci un nesso per questa strana coincidenza e mi sono dato la risposta meno scientifica e statistica tra tutte quelle che potevano venirmi in mente: i Rwandesi hanno cercato nella Natura e nell’Amore un risarcimento da quello che il colonialismo, con le sue artificiali conseguenze di odio etnico, ha tolto loro. Quasi a far rinascere il prima possibile una generazione con due braccia e due gambe, ben salde e al posto loro, al riparo da tutti i machete possibili e immaginabili. Uno All’interno di una delle nostre visite, sempre affollate di ragazze e ragazzi, in uno di questi centri dove i missionari e le ONG cercano di accelerare la marcia verso l’integrazione per la parte più giovane della popolazione, ho avuto l’esperienza più matematicamente esplicativa di tutto il fenomeno descritto sopra: infuriava uno di quegli acquazzoni africani, tanto repentini quanto violenti (un africano non direbbe mai che non ci sono più le mezze stagioni) e io condividevo un 60/70 cm di sporgenza di tetto Ondulit con un quindicina di adolescenti e informatici parrocchiani della periferia di Kigali, ci stavamo “agevolmente” scambiando gli indirizzi e-mail, quando il dialogo, tenuto in un improbabile inglese da ambo le parti, è scivolato malauguratamente su alcuni dati personali del sottoscritto. “What’s your name?”, “How old are you?”, “Are you a teacher?”,”How many sons do you have?”...”Io ho un figlio”. “Hai solo un figlio? Che malattia hai? Come mai solo un figlio? Tua moglie t’ha lasciato?” Cercavo di dare una spiegazione prima che in quei 60/70 centimetri quadrati si spargesse la voce che ero un pervertito o un impotente, e preso dall’affanno di trovare al volo i vocaboli inglesi che avrebbero potuto esprimere che in Italia c’è la crisi, che gli asili nido scarseggiano, che i libri di testo costano cari, che ci vogliono molte risorse per tirar su più figli, che c’ho casa di due camere e cucina, che mia moglie doveva lavorare e non avrei saputo come fare per i primi anni in cui io ero precario,… avevo trascurato il necessarissimo lavoro critico di vagliare la natura e la realtà di provenienza dei miei strettissimi (!) interlocutori. Poi, per fortuna, ha smesso di piovere, io ho alzato gli occhi, ho visto ancora una volta quella splendida “pipinara”* che vive in case senza pavimento, senza luce e con pareti di fango, che mangia di rado carne, che veste dei nostri amorevoli scarti, che, nelle zone più periferiche, ha scuole se gliele andiamo a costruire noialtri, e ho realizzato quale schifosa figura da verme occidentale avevo evitato solo per non aver trovato i giusti albionici vocaboli. Niente O meglio, ni-enti, non esistenti. I nostri affanni, le nostre cure, Berlusconi, Tremonti, Moratti, la scuola che non riesce a dare un buon servizio, il potere d’acquisto dell’euro, i ragazzi che non studiano… In Africa si ride di fronte a tragedie ben più grandi. Forse anche questa può essere una delle ragioni di tanti loro ritardi, ma la principale ragione è stato il colonialismo, l’imperialismo e il neo-colonialismo della deregulation globalizzante e globalizzata. Non esistenti sono le analisi che facciamo a fronte dei loro problemi, non esistenti sono le probabilità che hanno gli africani di disporre delle loro materie prime, se in tutta l’Africa Subsahariana ci sono meno telefoni della sola Manhatthan. Abbiamo ancora sacche ingovernabili di territori vastissimi, abbiamo ancora troppi scontri (presunti) etnici: perché ci piace differenziarli per razze, gli acquirenti delle armi fabbricate dalle nostre parti. Attenzione, però, non bisogna tradurre questo discorso con un disimpegno sorridente, perché gli africani ridono ma hanno anche tanta energia: la lezione del Rwanda è quella del “sorridente” Presidente Paul Kagame, che si è messo in testa di rappacificare il suo paese anche con l’aiuto di chi, al tempo del genocidio, stava dalla parte opposta alla sua, ma che non si tira indietro se c’è da cercare i colpevoli di tanto scempio. Ridendo, bisogna cambiare, africani e europei e asiatici. Ridendo, verso la globalizzazione dei diritti. Due Sono le cose che abbiamo, tutti insieme, fatte là e molto belle: l’acquedotto e la scuola. Due è un numero basso ma, in questo caso, procura già una gioia. Roma 28 Febbraio 2006
* Termine che, entro il G.R.A., indica gruppo cospicuo, numericamente esteso e spazialmente concentrato di bambini e/o adolescenti, altrimenti e spesso individuati, sempre all’interno dell’”anello”, con l’appellativo pischelli. |
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